
Il condominio romano di Via Poma dove fu uccisa Simonetta Cesaroni nell'agosto del 1990
Oggi il gip Cecilia Demma, nell’ambito delle indagini sul delitto dell’Olgiata, ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal procuratore aggiunto Italo Ormanni per gli indagati, il filippino Manuel Winston e Roberto Iacono, figlio dell’istitutrice dei figli della contessa. Le nuove indagini erano state ordinate dopo che Pietro Mattei, vedovo della contessa, il 12 dicembre del 2006 aveva sporto una denuncia che aveva permesso di isolare nella casa del delitto dei nuovi campioni di Dna. Si andrà avanti altri sei mesi per capire cosa è successo 18 anni fa e chi si è intrufolato nella camera da letto della Filo Della Torre e, dopo averla strangolata, l’ha colpita violentemente al capo con uno zoccolo.
Ad Aprile 2009, invece, si è chiuso l’ennesimo filone di indagine per il delitto di Via Poma a cui ha fatto seguito la richiesta di rinvio a giudizio di Raniero Busco, ex fidanzato della Cesaroni, con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. L’udienza preliminare si terrà il 24 settembre 2009, dinanzi al gup Maddalena Cipriani.
Due casi, due omicidi della Capitale: efferatezza, crudeltà e mistero avvolgono entrambi i delitti, che in comune hanno il fatto di non essere stati ancora risolti. Vent’anni dopo è lecito domandarsi se sia opportuno continuare ad indagare. È vero che l’esame del Dna non c’era allora, ma cercare dopo tutto questo tempo di ricostruire le scene del delitto, analizzare nuovamente i reperti e le prove, alcune delle quali ormai inutilizzabili, sembrano essere operazioni di routine senza speranza. Ogni giorno che passa le chance di arrivare alla verità calano, fino a svanire. Certo, le famiglie delle vittime meritano di sapere chi le ha private dell’affetto dei propri cari ma, se è vero che l’importante è arrivare alla verità, farlo dopo un tempo lunghissimo suona come una vittoria di Pirro. È opportuno domandarsi, quindi, quanto valga tenere aperte queste inchieste.